salute e benessere

Mia madre voleva un maschio, ma sono nata io.

Adoro mia madre. Una donna forte, in grado di farti sentire al sicuro in ogni situazione, eppure il mio rapporto con lei è stato molto difficile. Mia madre ha sempre sostenuto che, se fosse stata un maschio, le cose nella vita le sarebbero andate meglio. Dopo un divorzio da un uomo violento e un tumore al cervello, come potrei darle contro? Però in questa storia c’è un aspetto che mia madre (e molte come lei) hanno tralasciato: l’esempio che davano alle figlie…

Sono cresciuta con la sensazione che in me ci fosse qualcosa di “sbagliato” e il fatto di aver attorno solo parenti maschi non faceva che aumentare il disagio. Tutti i miei più cari amici sono maschi e per tutta la mia “carriera” scolastica (e non solo) ho vissuto molto male i rapporti con le coetanee.

L’arrivo del Menarca è stato sereno, eppure, subito dopo, ho iniziato a vivere una ciclicità piuttosto irregolare, che fu erroneamente confusa con l’amenorrea secondaria; invece soffrivo di PCOS.

La Sindrome da Ovaio Policistico è una condizione caratterizzata da ovaie policistiche (cioè contenenti cisti di varie dimensioni) e da tre sintomi quasi sempre presenti: amenorrea (assenza di flusso mestruale per svariati cicli consecutivi), irsutismo (aumento della peluria in zone come viso, piedi, addome) e disturbi dell’alimentazione (bulimia e obiesità).

“Cosa c’entra questo con il fatto che tua madre volesse un maschio?”, ti chiederai.

Nella PCOS la componente psicosomatica è davvero determinante: si sviluppa dopo aver vissuto un forte rifiuto, per “contrasto” rispetto ad una realtà che nega la dignità femminile della donna che la sviluppa. Quest’emozione negativa nasce spesso dalla relazione conflittuale con nostra madre (che per prima ci negò inconsciamente il nostro ruolo).

Il mio racconto è il racconto di moltissime altre donne con cui sto lavorando negli ultimi anni.

I sintomi della PCOS sono esternazione di un disagio piuttosto marcato dove la ragazza che lo sviluppa vive una sensazione di rifiuto costante che la priva del diritto ad essere sè stessa, quindi donna. Non sto banalizzando, ci mancherebbe. Ogni caso ha le sue particolarità e non si può generalizzare, ma le costanti esistono.

Durante il liceo sviluppai anche una forte dismenorrea (dolori invalidanti durante le mestruazioni) che mi faceva saltare almeno due giorni di scuola al mese. Fu davvero difficile da gestire, perché mi sentivo ancora più esclusa, isolata, rifiutata, per una situazione che detestavo e che mi faceva sentire vulnerabile. La questione “forza”, nella mia infanzia, è stata determinante perché mi veniva ripetuto che per essere presa in considerazione (nonostante fossi donna) dovevo dimostrare di essere la più forte. Vincere, essere determinata, aggressiva, maschile erano gli input che comunicava mia madre, e non solo lei. Fu uno strazio. Raggiunta l’età di vent’anni iniziai a vedere con occhi diversi la mia femminilità. Le prime storie d’amore importanti ti fanno cambiare opinione sull’essere apprezzata in quanto donna. Ma anche lì, ebbi diversi disagi.

Gli schemi di rifiuto verso la nostra femminilità sono un “trauma” che riproponiamo ciclicamente (e inconsciamente) nella nostra vita, per convalidare l’idea di dover essere degli “uomini forti” così da non essere denigrate o peggio, dai nostri compagni. Un circolo vizioso da cui è necessario uscire se vogliamo superare la PCOS.

Si, perché la produzione ormonale è influenzata da tanti fattori. Primo fra tutti, lo stress.

Stressarci continuamente nel rifiutare la nostra ciclicità e la nostra capacità di essere sensuali (senza sembrare delle “anatre starnazzanti”), non ci porta da nessuna parte. Anzi, aggrava la situazione perché potrebbe spingerci tra le braccia di uomini ottusi (ma soprattutto sfidanti), che ci portano a dover “guadagnare” il loro rispetto dimostrando continuamente di essere “uguali”.

Inutile dire che tutte queste situazioni sono originate da un semplice, ma potente, rifiuto.

Da bambine vediamo nostra madre come punto di riferimento, come esempio: il mio era perennemente vestito da uomo (capello corto annesso), con una sigaretta puzzolente in bocca e non mancava mai di farmi notare che eravamo sfortunate ad essere donne.

Nel libro “Donne che corrono coi lupi”, la Pinkola analizza la fiaba del Brutto Anatroccolo sottolineando l’importanza del rifiuto della mamma del piccolo. Il rifiuto innesca nel Brutto Anatroccolo la convinzione di non essere “abbastanza” e il desiderio di far comunque parte di qualcosa che lo avverte come minaccioso e lo umilia continuamente.

Nel vissuto di ogni donna che soffre di PCOS c’è la storia del Brutto Anatroccolo. E’ ovvio che l’archetipo di questa fiaba può riguardare tutte le donne, ma la storia del Brutto Anatroccolo fa parte di tutti i vissuti delle donne che soffrono di ovaio policistico. Il rifiuto è un’abile ingannatore, s’insinua dove meno te lo aspetti e ti “piomba” addosso in un secondo…

Come il Brutto Anatroccolo, per fortuna, tutte le donne che soffrono di PCOS possono trasformarsi in Cigno!

Mi ci sono voluti anni, ma superando il rifiuto di mia madre ho iniziato a soffrire sempre meno di PCOS. Certo, quando la sintomatologia è importante serve comunque il sostengo medico (sopratutto per quanto riguarda il controllo del peso) e non va sottovalutato quest’aspetto. Ciò che intendo, è che si può imparare ad accogliere noi stesse come donne, superando l’aspettativa che sia nostra madre a definirci tali. Anche perché, probabilmente, non lo farà mai.

E’ importante, quindi, tagliare questo “cordone ombelicale” con lei e trovare la nostra strada, accettando il fatto che solo lasciando il nido degli anatroccoli avremo la possibilità di diventare dei meravigliosi Cigni!

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Se senti di volerti confrontare con me su questo tema e raccontarmi la tua storia con la PCOS, puoi usare il modulo contatti.

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