educazione mestruale

Aborto: un paradosso nella ricerca d’identità

La scorsa settimana ti ho proposto la lettura di “Aborto: perdita e rinnovamento. Un paradosso nella ricerca di identità” dell’analista Eva Pattis Zojia, aprendo il dialogo su questo tabù.

Erroneamente si pensa che un tabù sia solo qualcosa di cui non si deve parlare. In realtà, un tabù è tale quando “viene vissuto come unico e irreversibile”. Scegliere d’interrompere una gravidanza è un atto profondamente trasformativo, poiché, appunto, unico e irreversibile.

Antopologicamente parlando tutti i riti di passaggio sono dei tabù: avvengono una volta nella vita e traghettano chi il vive da uno stato ad un altro di coscienza (individuale e collettiva). Durante gli anni dell’università ebbi modo di approfondire i miei studi in antropologia culturale, ritrovando, oggi, molte affinità con le teorie espressa da Eva Pattis Zojia in relazione alla scelta volontaria d’interrompere una gravidanza: l’aborto, se vissuto come unico e irreversibile, svolge la funzione di un vero e proprio rito di passaggio da un’età vissuta come “infantile” ad un’altra percepita come “adulta”. La persona che lo vivrà sarà profondamente trasformata da quest’esperienza, trovando il modo di emanciparsi da una società in cui solo la maternità viene vista come l’evento di riconoscimento ed accettazione della donna.

Questo non significa che sia necessario sperimentare un aborto per “emanciparsi” come donna, ma che, visto sotto questa luce, può essere percepito in modo propositivo.

Negli ultimi cinque anni ho avuto la fortuna di accompagnare ragazze e donne adulte in momenti di cambiamento piuttosto intesi, sia dopo un aborto, sia per altri motivi di cui ti parlerò in seguito. Mi è capitato di offrire occasioni di condivisione in gruppo e di sperimentare le potenzialità racchiuse in atti simbolico-rituali in cui si interiorizzava il cambiamento. Ci tengo a precisare che con questo discorso non intendo ne legittimare ne giudicare l’esperienza altrui, ma mostrare la varietà di esperienze e soluzioni personali che si possono scegliere nel momento in cui si diventa responsabili delle nostre azioni.

Inoltre, troppo spesso si parla in modo improprio di “iniziazione” (non solo nel linguaggio popolare, ma anche in campo psicologico) trascurandone l’aspetto più importante: la responsabilità personale. Si pensa che gli eventi “capitino”, che vi sia un “destino” che conduce all’iniziazione. Esiste, invece, una spinta inconscia che conduce la persona a vivere quella precisa esperienza, in quel preciso modo, perché si basa sui suoi modelli di comportamento e di condizionamento ereditati dal contesto sociale.

Prende atto del nostro desiderio di evolvere, di cambiare, è il primo grande passo per uscire dal senso di colpa che un evento come l’aborto porta con sé. Il secondo punto, ovviamente, è quello di renderci conto che non è necessario vivere un trauma per trasformare la percezione che abbiamo di noi stessi. Sarebbe più opportuno, quindi, renderci conto di quali ideali, pregiudizi e desideri siano nostri e quali della famiglia/società in cui viviamo.

Ovviamente la costruzione della nostra identità si basa sulla famiglia e società in cui viviamo, ma non siamo obbligate ad accettare passivamente di sperimentare sofferenza, pentimento ed espiazione per essere riconosciute socialmente come donne. Neanche eventi belli come la maternità dovrebbero essere vissuti con questa finalità, ma di questo te ne parlerò il mese prossimo.

Per concludere il mio breve spunto di riflessione, mi piacerebbe proporti un suggerimento: prova a interrogarti su quali ideali, giudizi e desideri siano tuoi e quali no.

Esiste un modo semplice per renderci conto di ciò che ci appartiene e di ciò che abbiamo “ereditato” dal contesto socioculturale in cui viviamo: conoscere la nostre emozioni. Se pensando a quali giudizi e desideri rispetto al tuo ideale di femminilità non ti senti “bene”, perché avverti un senso di sofferenza, pesantezza, “negatività”, è probabile che ciò che provi sia condizionato da ciò che hai “ereditato” culturalmente. Come detto, la contaminazione culturale è inevitabile, ma rendere conscio l’inconscio permette di iniziare a scegliere se continuare a vivere passivamente la vita o se agire consapevolmente su di essa. Per uscire dalle nostre queste “zone di comfort” è necessario un sostengo mirato in grado di offrirci i giusti strumenti per essere autonome. La convinzione di riuscire a farcela da sole in ogni situazione è un “autosabotaggio” che procrastina la possibilità di essere felici e ci isola quando viviamo un evento indesiderato come un aborto.

Per tutto il mese di settembre scriverò articoli sul tema dell’interruzione volontaria di gravidanza mettendo l’accento sulla funzione che ricopre nel ridefinire l’identità femminile di chi vive quest’esperienza. Se hai piacere/bisogno di confortanti con me su questo tema e propormi feedback sul libro del mese, puoi scrivermi direttamente QUI oppure all’indirizzo saralea.cerutti@gmail.com

Ci leggiamo la prossima settimana!