archetipi femminili

Fuori dalla madre: la dea Artemide

Artemide, la vergine, è l’unica dea del pantheon greco che non viene chiamata “madre”. La sua verginità non è in senso letterale, ma astratto: tra gli dei è considerata adulta, autonoma e completa in sé stessa. Non le serve generare un semidio per essere al pari delle altre. Addirittura nel mito viene definita così indipendente e determinata da tagliare lei stessa il cordone ombelicale che la tratteneva alla madre Leto; da questo le si attribuisce la funzione di protettrice delle ostetriche.

Nella psiche delle donne, Artemide rappresenta l’integrità originaria dell’identità femminile.

Erroneamente confusa con la fanciullezza delicata delle ragazzine, il cui attributo “canonico” è l’innocenza, l’energia psichica di Artemide è tutt’altro che docile o bambinesca: dea della caccia e degli animali selvatici, è l’unica a poter portare un abito corto al posto del lungo peplo delle donne, cavalca come gli uomini (con le gambe aperte sui fianchi del Grande Cervo) e porta la faretra che contiene le frecce per il suo arco (per questo si tagliò il seno per poter portare la faretra mentre cavalcava). Artemide è leale con le sue ancelle e letale con gli uomini che cercano di sorprenderle nude a lavarsi nei fiumi. Insomma, una moderna donna del nostro tempo con idee chiare su ciò che vuole (e che non vuole) per sé stessa e per il suo corpo.

La femminilità di Artemide non ha nulla a che vedere con l’essere madre.

Artemide è una forza femminile che non vive “in rapporto a” e “prendendosi cura di”: esiste di per sé sola. La sua nascita singolare dice che l’energia di Artemide scaturisce dal buio e si muove nell’ambito dell’aggressività che porta consapevolezza: il lupo, nella mitologia, è divoratore di corpi celesti e apportatore di luce; il compagno ideale per Artemide (da cui, nei secoli, si è sviluppata la favola di Cappuccetto Rosso).

Non si deve però credere che una modalità dell’essere donna sostituisca l’altra una volta per tutte. Nella vita reale femminilità materna e non materna (artemidea) si influenzano a vicenda e si danno il cambio. Uno studio degli psicanalisti Struttler e Redgrove descrive l’alternarsi di due differenti energie psichiche nel ciclo mestruale femminile; un ciclo ovarico, culminante nell’ovulazione, e un ciclo uterino, che ha la mestruazione come momento cruciale. Le mestruazioni non sono “lacrime di un utero deluso” e la cosiddetta “sindrome premestruale” non è la delusione per la fecondazione mancata, come altri hanno sostenuto erroneamente. Nella seconda metà del ciclo, in rapporto col mutamento ormonale, si sviluppa un potenziale creativo che si potrebbe chiamare “energia di Artemide”. Se non viene usata in modo costruttivo, questa si esprime sotto forma di irritazione, litigiosità e altri sintomi caratteristici della sindrome premestruale. Se viene, invece, incanalata nel modo giusto, i disturbi premestruali cessano e la donna ha la possibilità di vivere una forma di femminilità più autonoma, attiva, innovativa.

Artemide non assomiglia per nulla a Kore, figlia devota per eccellenza che resta sempre legata alla madre Demetra; rappresenta, invece, una modalità indipendente e forte dell’essere donna, che nella sua espressione estrema (le amazzoni, il femminismo) giunge a combattere i maschi. Artemide fa uso di armi, prende decisioni dure, uccide. Uccide in tutt’altro modo rispetto all’archetipo della Dea Madre, la quale riaccoglie in sé con indifferenza la vita che prima da sé aveva fatto scaturire. Questa vita non era stata altro da lei: far nascere e uccidere è una sola e stessa cosa, mai nulla si allontana davvero da lei, nulla è realmente fuori dalla Dea Madre psichica.

Un aborto compiuto in una disposizione di spirito contrassegnato dalla Madre psichica non causa rimorso e non viene neppure considerato un evento particolare. L’uccidere di Artemide è quanto di più lontano ci sia dall’uccidere della Dea Madre, come pure quello di Medea offesa, in cui vendetta, colpa e punizione s’intrecciano. La femminilità artemidea trasmette un chiarissimo senso di identità, forza di volontà, libertà di decisione e azione.

Per una giovane donna, un aborto può essere il primo incontro con l’energia psichica di Artemide, energia che in un primo momento viene sentita come selvaggia, provocatoria, crudele ed egoistica.

Se ci si espone ad essa poco alla volta, ciò può tramutarsi in sollievo e in sensazione di libertà e indipendenza. Quel che nel mondo delle madri era qualcosa di dato, una potenza collettiva di trasmissione da madre a madre, si trasforma ora in forza individuale, di cui si dispone e che si può applicare coscientemente: si può interromperla, dividerla, abbandonarla, fare distinzioni in essa. Non si resta in attesa di venir trasformate passivamente dal corso dei processi fisiologici, ma ci si sforza di cambiare attraverso le proprie decisioni. Cosa normale da sempre per l’uomo; cosa che la donna scopre con incredulità durante l’esperienza che accompagna un aborto.

Per esperienza posso dire che non è necessario sperimentare un aborto per emanciparsi psicologicamente (e, soprattutto, emotivamente) dal mondo delle madri. Quel che serve è riconsiderare la nostra identità femminile sulla base di ciò che davvero riteniamo importante quando attraversiamo momenti di crescita e di malessere: spesso le due cose coincidono. Ogni caso è differente e non sarebbe sensato proporti un “rimedio” o uno “metodo” per uscire da quest’impasse con le tue sole forze. Il mio consiglio è quello di ascoltare tutte le voci dentro di te (quella della “madre psichica” e quella artemidea in primis) e collocare ognuna nel posto che tu desideri. Puoi iniziare a fare questo da sola, sperimentandoti con serenità, fin quando arriverà il momento di confrontarti con una professionista che possa portarti là dove desideri entrare: dentro te stessa, con onestà. Quando sarà il momento, sarò lieta di esserti d’aiuto costruendo su di te un percorso mirato per le tue necessità.

Ci leggiamo la prossima settimana!