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Le madri “non-madri”: lutto perinatale e silenzio sociale

“Una gravidanza su cinque non viene portata a termine e una donna su quattro ha un aborto spontaneo. […] È inquietante il modo in cui la gente si aspetta che le donne debbano affrontare questa esperienza. Il messaggio è chiaro: se il bambino muore, dovete soffrire in silenzio.”

Questa la testimonianza della giornalista Janet Murray, che si racconta per il “Guardian” [guarda il video qui] dopo la sua esperienza. Ho scelto questo incipit per parlare della “Giornata Mondiale per la Consapevolezza del Lutto Perinatale”, svoltasi lunedì 15 ottobre. Un argomento che, come tanti altri di cui mi occupo, fa parte dei tabù femminili. Di mestruazioni, di sesso e violenza (anche sulle bambine), d’interruzione di gravidanza e di morte nell’universo femminile, purtroppo sembra non se ne debba mai parlare.

A non parlarne sono, soprattutto, le donne: il silenzio, obbligato da chi “sta bene”, alimenta il disagio di chi soffre. La forbice della disuguaglianza tra una madre “normale” e una madre considerata “non-madre” (il cui figlio è morto ancor prima di nascere) si allarga sempre di più. Vanno ricordate anche le madri i cui figli nascono con una “diversità” e che si trovano ad essere accolte dalla “cerchia delle madri” solo se seguono regole e schemi che non fanno sentire a disagio le famiglie “normali”.

Un’altra categoria di donne che contribuisce a perpetuare questo silenzio, questo tabù, è proprio quella che meno ti aspetteresti: le ostetriche.

Ultimamente alcune donne che seguo mi hanno raccontato di aver conosciuto diverse ostetriche piuttosto arroganti. L’ultima, qualche settimana fa, si è permessa di minimizzare il lutto di una donna che seguo, dicendole di fare subito un altro figlio per “sostituirlo” a quello morto.

Molte ostetriche e ginecologhe, fortunatamente, si stanno rendendo conto che dovrebbero rivedere il loro ruolo, aprendosi ad altre professioni che ruotano attorno alla maternità; per esperienza personale posso dire che è piuttosto complesso creare un dialogo costruttivo con chi crede di detenere il “monopolio” delle tematiche al femminile. Mi è capitato di proporre delle collaborazioni per affrontare insieme il tema dell’aborto e del lutto perinatale, ma il risultato (oltre a quello di veder denigrato il mio lavoro) è stato quello di scoprire che, tempo dopo, quelle stesse persone avevano proposto degli incontri sul tema usando del mio materiale. Ma questa è solo la punta dell’iceberg rispetto ad atteggiamenti decisamente poco professionali che in questi anni ho visto in molte “professioniste” nel campo della ciclicità femminile.

Quel che mi preme dire oggi è che non dobbiamo aspettarci dei cambiamenti da chi non vuol cambiare le cose. Iniziamo da noi, dalla nostra storia: facciamo come Janet Murray ed esprimiamo la sofferenza in modo intelligente e costruttivo. Parliamone con chi sentiamo ci possa davvero aiutare a tirar fuori la rabbia ed accogliamo con dignità il nostro dolore, finché lo sentiamo necessario: lucidità e chiarezza saranno indispensabili per non rimanere invischiate nella sofferenza, ma assecondare il disagio di chi ci zittisce non ci aiuta a sentirci meno sole, anzi.

In questi anni ho accompagnato molte donne a dar voce alla rabbia, al dolore e alla solitudine. Per molte è difficile fidarsi di un’altra donna (come dar loro torto?!), ma quando ci riescono si aprono, prima di tutto, alla fiducia in loro stesse: da lì, inizia la risalita. Alcune vengono da me mentre si stanno separando dai mariti (il lutto perinatale spesso porta molte coppie a dividersi, e anche di questo non si parla ancora abbastanza): si sentono sconfitte, schiacciate da una vita “fallita”. E’ un sentimento comprensibile, ma non salutare: per molte parlarne fino allo sfinimento sembra l’unica soluzione, ma rischiano di “razionalizzare” qualcosa che deve scendere dalla tesa al cuore e dal cuore al grembo.

Il nostro grembo è il luogo perfetto per elaborare il lutto, perché è il luogo dove si manifesta la ciclicità della vita (dove la morte viene vista come un passaggio e non come qualcosa di ineluttabile o di cui incolparsi) e dove può realizzarsi il cambiamento desiderato.

Ogni donna affronta questa sfida con tempi e modi differenti, ma tutte, alla fine, ce la fanno. Non saranno mai come prima (comprendere questo è un grande passo per uscire dal lutto), saranno semplicemente loro stesse: meravigliosamente cicliche e pronte per vivere la vita al meglio delle loro possibilità.

Se senti che questo discorso ti tocca particolarmente e desideri un confronto, ti ricordo che puoi contattarmi all’indirizzo saralea.cerutti@gmail.com oppure usando il MODULO CONTATTI del sito.

Ci leggiamo la prossima settimana.

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