consigli di lettura, sostegno alla genitorialità

La fatica di diventare grandi. La scomparsa dei riti di passaggio.

“Nella società italiana tradizionale l’aspetto cerimoniale dei riti di passaggio veniva sottolineato e consacrato dalla presenza di specialisti, adulti, che presiedevano all’evento svolto di fronte a tutta la comunità. In questo modo erano gli adulti a farsi carico della nuova collocazione dei giovani e di accompagnarli nel delicato cambiamento.

Nella nostra società postmoderna, invece, il giovane affronta il passaggio sempre più da solo, senza il confronto di cerimonie che attestino, agli occhi di tutta la società, il suo ingresso nella comunità adulta.

Questo dato significa che la società adulta non sembra più manifestare né la volontà né la capacità di svolgere quel ruolo di sostengo che serve a rendere sociale, e cioè condiviso da tutta la comunità, un fatto. La maggiore commistione generazionale, dove sembrano essere i figli più responsabili dei genitori stessi, indebolisce i ruoli e le gerarchie fin quasi ad annullarle. […] I riti di passaggio richiedono una struttura solida, definita e poco negoziabile in quanto segnano una “rottura” (di relazioni e interazioni) tra soggetti dello stesso gruppo sociale.

Il problema è che oggi lo spazio di “crisi adolescenziale” risulta meno marcato. La confusione dei ruoli e la liquidità che segnano la realtà postmoderna soggetta ai media, rendono meno definite le strutture e le gerarchie sociali.

Pertanto, anche i passaggi al loro interno risultano più permeabili, tracciati meno nettamente. Quello che si osserva è una carenza di confini chiari, oltre a una diffusa e generale perdita delle appartenenze di gruppo, che rende sempre più difficile per gli adolescenti cogliere i passaggi che conducono all’autonomia.”

Così scrivono l’antropologo Marco Aime e lo psicologo Gustavo Pietropolli Charmt autori del saggio “La fatica di diventare grandi. La scomparsa dei riti di passaggio.” per introdurre la questione della scomparsa del ruolo genitoriale in favore del gruppo di pari e della riduzione dei riti comunitari in riti minimali.

Mi sono avvicinata al tema dei riti di passaggio verso i 15-16 anni (negli anni ’90), perché ne sentivo una profonda necessità. Sentivo che nella mia vita mancava quel riconoscimento sociale che andavo cercando da qualche anno: il menarca era arrivato preso, ma a parte il gesto simbolico di alcuni doni tradizionali da parte della famiglia di mia madre, percepivo che quell’evento avesse bisogno di maggior spazio nella mia vita. Iniziai a partecipare a gruppi di donne di età mista interessate a varie tematiche dell’universo femminile (da quello spirituale a quello femminista) e, quando fu il tempo, frequentai diversi corsi di antropologia, sociologia e psicologia all’università. In quegli anni appresi molte cose su di me, sulle donne (nel bene e nel male) e sulle nostre reali possibilità, grazie al semplice, ma potente insegnamento derivato dall’esperienza sul campo.

Così, a 27 anni, decisi di proseguire questo viaggio conducendo a mia volta gruppi di studio (e sperimentazione) sui riti di passaggio per donne di tutte le età, sia nella mia città sia in giro per l’Italia.

Oggi, a 32 anni, la mia maturazione personale e professionale mi porta a ritenere che sarebbe splendido reintegrare alcuni riti di passaggio (tanto per le ragazze quanto per i ragazzi) nella nostra società, ma mi rendo conto che il modello sociale dominante del nuovo secolo porti le persone a vedere questi eventi come qualcosa di “religioso”, “vecchio” e, quindi, inutile. Purtroppo però, la mancanza di conflitto generazionale, sta portando al crescente fenomeno del “branco” (tanto nei ragazzi quanto nelle ragazze), poiché è l’unico strumentano di riconoscimento che noi adulti offriamo loro oggi: mancando da parte nostra una presenza salda e autorevole nella vita dei ragazzi, non siamo oggettivamente in grado di sostenere in loro una maturazione intellettuale che vada di pari passo con quella fisica.

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Copertina del libro: “La fatica di diventare grandi. La scomparsa dei riti di passaggio.”

L’età della “pubertà intellettiva” arriva molti anni prima di quella fisica: questo porta i bambini/ le bambine ad essere in grado di confrontarsi da “adulti” con gli adulti stessi, ma a non saper gestire l’enorme bagaglio emozionale che deriva dai cambiamenti del corpo durante la crescita.

Il conflitto diventa qualcosa di intimo, di controverso, mescolato al senso di colpa e inascoltato, perché difficilmente esternato. Dovrebbe essere il genitore ad innescare dinamiche di confronto (e in parte di conflitto), dando regole e confini tanto ai figli quanto alle figlie. Troppo spesso, però, queste limitazioni vengono imposte per la prima volta in età avanzata, solo in ambito scolastico, e subito “frenate” dai genitori stessi che non sono in grado di mantenere le regole in famiglia.

Il discorso è molto ampio e non è corretto generalizzare. Trovo, però, fondamentale per i genitori di oggi prendere atto del fatto che non siano solo i figli a dover crescere e che questi cambiamenti vanno accompagnati dal sostengo di professionisti competenti, affinché molte situazioni limite (disturbi alimentari, bullismo, dipendenze, rapporti sessuali non protetti) possano essere prevenute direttamente in famiglia.

I riti di passaggio tradizionali potranno anche essere “passati di moda”, ma la necessità degli adolescenti di confrontarsi (attraverso il conflitto) con la realtà degli adulti, no.

Abbiamo, quindi, bisogno di genitori sufficientemente forti da poter accogliere l’aiuto di noi professionisti senza sentire “minato” il loro ruolo genitoriale. Noi professionisti, invece, dobbiamo esser sufficientemente intelligenti da capire quando il nostro intervento educativo non serve ed imparare ad aver fiducia nelle capacità del genitore. Le istituzioni, in fine, hanno il dovere di limare i “tecnicismi” in favore di professionisti in grado di fronteggiare l’evoluzione della famiglia all’intero di una società in continua trasformazione.

Consiglio a tutti (non solo agli “addetti ai lavori” o ai genitori) la lettura di “La fatica di diventare grandi” per interrogarsi sulla realtà italiana del nuovo millennio. Una realtà ristretta di vedute che porta l’adolescente a reprimere le proprie emozioni in favore di simboli artificiali di consumo, pensati unicamente come“merce di scambio affettivo”, e che incoraggia i genitori a deresponsabilizzarsi dalla cura dei figli in crescita, per paura d’invecchiare.

Per confronti o suggerimenti, sia che siate genitori sia persone curiose su questo tema, sappiate che potete contattarmi e richiedere una CONSULENZA EDUCATIVA cliccando QUI oppure scrivendomi all’indirizzo saralea.cerutti@gmail.com.

Alla prossima settimana!

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